martedì 17 gennaio 2012

QUANDO UNO E' IN POLITICA COL VOTO DI SCAMBIO E' CORROTTO DALLA TESTA AI PIEDI, CARO MASSIMO PONZONI

http://milano.repubblica.it/cronaca/2012/01/16/news/pirellone_nuova_bufera_giudiziaria_arrestate_l_ex_assessore_ponzoni-28209288/?ref=HREC1-4

direi che quando si scherza si scherza, ma la situazione in italia è tragica. non c'è niente di peggio di un politico, che cerca il sostegno nei voti della criminalità organizzata, la ndrangheta in questo caso. Guarda caso sempre il PDL in mezzo. Berlusconi, e la sua cricca, con Formigoni in testa in Lombardia, .... Hanno portato l'Italia allo sfascio. perche' il centro destra in italia è marcio dalla testa ai piedi, e Casini se si accoda di nuovo a berlusconi è un grandissimo ingenuo. Non degno di portare il simbolo della Democrazia Cristiana
Dicesi per voto di scambio

Il voto di scambio è quando un politico si candida col supporto di soggetti, che in cambio di voti chiedono favori... forme più gravi, quanto efficaci, di "voto di scambio" sono quelle per cui viene sfruttata, nel corso di consultazioni elettorali, l'influenza che gli ambienti mafiosi esercitano su gran parte della popolazione per far confluire i voti su una determinata parte politica che ha favorito, con leggi o con la concessione di appalti per la costruzione di opere pubbliche, lo sviluppo delle attività imprenditoriali della mafia. Questo fenomeno ha avuto inizio alla fine degli anni cinquanta quando la mafia si è trasformata in una grossa azienda multinazionale e si è radicata nel settore delle costruzioni e della finanza internazionale. Questo ovviamente può avvenire anche in maniera meno grave, attraverso gruppi che hanno una qualsiasi influenza, imprenditori, enti religiosi, sindacati, associazioni; ciò che però rende l'atto illegale e spregevole è l'abuso di potere teso a elargire favori, spesso illegali, in cambio del voto o anche la coercizione al voto da parte di chi ha, non un'influenza, bensì un potere sociale che gli permette il ricatto.

Torpignattara, suicidio o vendetta

Torpignattara, suicidio o vendetta
Si indaga sulla criminalità cinese/
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Indagini su uno dei killer di Joy e Zhou trovato impiccato in un casolare a Boccea. Complice ricercato in Francia


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di Valentina Errante e Paola Vuolo
ROMA - Lo stavano ancora braccando. Senza sosta, con i blitz e una caccia aperta in tutta la città. E quando domenica i carabinieri sono arrivati in quel casolare, al quattordicesimo chilometro di via di Boccea, non si aspettavano di vedere penzolare con un cappio stretto al collo il corpo di Mohamed Nasiri, classe ’81, uno degli uomini più ricercati. Uno dei due magrebini che la sera del 4 gennaio ha aggredito Zhou Zheng a Tor Pignattara, quella rapina finita con la morte dell’uomo e della sua bambina di 9 mesi.

Mohamed è il più giovane dei due marocchini che volevano rubare i soldi alla coppia di cinesi e hanno finito per uccidere. Ha solo piccoli precedenti, lesioni, droga e ricettazione. Il complice, la presunta mente dell’agguato, presumibilmente è già all’estero. Forse in Francia. E’ lì che lo cercano. Una corda bianca, nuova, appesa a un gancio a quattro metri d’altezza e, ai piedi dell’uomo, un mobile basso, troppo basso, a fare da scala. Poi, oltre a una bottiglia di ammoniaca, a quella di latte, a una confezione di pane affettato, a un contenitore con succo di pompelmo, le buste di veleno per topi. Quelle che fanno nascere i sospetti e pensare che Mohamed, forse, non si sia suicidato. Nella tasca dei jeans aveva 300 euro e lo scontrino di un ferramenta, forse è lì che ha comprato la corda. Porta la data del 9 gennaio, quando Mohamed avrebbe comprato anche un coltello da cucina. Così dicono i carabinieri.

I militari del nucleo investigativo erano stati sulle sue tracce fino a pochi giorni fa, ma Mohamed era sempre riuscito a seminarli, ce l’aveva fatta per poco. O forse gli investigatori avevano sperato fino all’ultimo che potesse incontrare da qualche parte il complice, per sorprenderli insieme, e avevano deciso di non intervenire. Così avevano seguito il cellulare, fino al 9 gennaio, quando il segnale era sparito. Perché Mohamed aveva spento il telefonino trovato ai piedi del suo cadavere.
Ed ecco quella chiamata, arrivata dopo l’allarme lanciato da alcuni ragazzi appassionati di Softair: erano andati nel campo, vicino al casale per allentarsi, per sparare con i fucili ad aria compressa, come facevano sempre. Sul terreno c’è ancora un mare di pallini bianchi. E invece gli appassionati di simulazioni militari hanno trovato un cadavere, quello di Mohamed. Dietro al capanno con quel cartello: «Basta con i giochi di guerra».

L’uomo che dal 4 gennaio fuggiva e insieme al suo complice era stato immortalato dalla telecamera di una banca dopo quella maledetta rapina, aveva scelto di abbandonare i 16 mila euro rubati, il bottino costato la vita alla piccola Joy. Non è mai stato del tutto chiaro neppure il motivo di questa scelta. Il panico, le macchie di sangue sulle banconote, o forse l’idea di riprendere il denaro in un altro momento. I carabinieri del comando provinciale non hanno dubbi sul suicidio, spiegano di avere rintracciato anche il titolare del ferramenta. L’uomo avrebbe riconosciuto la foto segnaletica di Mohamed. E dice di ricordare quel magrebino che alcuni giorni fa si era presentato a comprare la corda per farla finita. Ma non basta. Perché la scena del delitto deve ancora essere ricostruita.

Ieri il vertice in procura è cominciato nel tardo pomeriggio, il procuratore vicario Giancarlo Capaldo, l'aggiunto Pierfilippo Laviani, il capo del reparto operativo Salvo Cagnazzo, il capo del nucleo investigativo dei carabinieri Lorenzo Sabatino, hanno consegnato la versione ufficiale: suicidio. Ma le indagini sono aperte. Sull’identità di Mohamed non ci sono dubbi: la foto, le impronte, i parametri antropometrici. Coincide tutto. E’ lui che stavano cercando e non hanno fatto in tempo ad arrestare. Adesso sarà l’autopsia a stabilire come sia morto.

lunedì 16 gennaio 2012

Franco e Ciccio - I Due Assi Del Guantone (COMPLETO)


Martin Luther King - I Have A Dream Speech - August 28, 1963

President Obama Delivers Remarks at the Martin Luther King, Jr. Memorial...


CLASSE POLITICA DI BERLUSCONI, EQUIVALENTE DI CLASSE MARCIA E CORROTTA

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    Politica
    16/01/2012 - POLITICA & MAZZETTE

    Ordine d'arresto per l'ex assessore Pdl
    In manette altri tre politici lombardi

    Massimo Ponzoni

    Ponzoni era in giunta con Formigoni, oggi è componente dell'ufficio di presidenza
    Carcere anche per un ex sindaco

    milano
    La magistratura monzese ha emesso un provvedimento di arresto per l’ex assessore regionale Massimo Ponzoni ed altre quattro persone per bancarotta nell’ambito dell’inchiesta sul fallimento della società Pellicano.

    Ponzoni, ex assessore del Pdl, consigliere regionale ora all'ufficio di presidenza della Regione, sarebbe all'estero per ragioni di lavoro. Intanto sono finiti in manette altri politici e un imprenditore: Rosario Perri, ex assessore provinciale, l'ex sindaco di Giussano Giampaolo Riva, il vicepresidente della provincia di Monza Brianza Antonino Brambilla e l'imprenditore Duzzoni.

    La notizia del provvedimento nei suoi confronti raggiunge il Pirellone poche settimane dopo l’arresto per tangenti di Franco Nicoli Cristiani (Pdl), che era vicepresidente dell’assemblea e poi si è dimesso, e pochi mesi dopo l’altra indagine sempre per tangenti che ha coinvolto Filippo
    Penati (Pd ora al gruppo Misto), anch’egli vicepresidente poi sostituito dalla compagna di partito Sara Valmaggi. A oggi, dunque, tre dei cinque componenti dell’Ufficio di presidenza del Consiglio regionale eletti all’inizio della legislatura nel 2010 - gli altri sono il presidente Davide Boni (Lega) e il segretario Carlo Spreafico (Pd) - risultano coinvolti in differenti inchieste giudiziarie. Proprio la seduta di domani, tra l’altro, dovrebbe scegliere il sostituto di Nicoli Cristiani, visto che il secondo posto di vicepresidente risulta ancora vacante.

    Le società in difficoltà economiche di Ponzoni avrebbero ricevuto tangenti da imprenditori per una somma che supera il milione di euro. Secondo gli inquirenti, che hanno aperto un fascicolo dalla fine del 2009, il filone di inchiesta che ha portato all'ordinanza di arresto in carcere del consigliere regionale del Pdl riguarda reati contro la pubblica amministrazione "in relazione alla capacità di Massimo Ponzoni di determinare, almeno in parte, i contenuti dei PGT di Desio e Giussano, assicurando ad imprenditori a lui vicini (referenti di importanti gruppi societari) cambi di destinazione di terreni (da agricoli a edificabili), grazie ai legami influenti e al posizionamento di propri uomini di fiducia in ruoli chiave delle varie amministrazioni (a loro volta destinatari di denaro o altri vantaggi, anche solo in termini politico elettorali)". A quanto si apprende Ponzoni è accusato di corruzione, bancarotta e di due episodi di concussione risalenti al 2009.

    COMBATTERE L'EVASIONE FISCALE


    Il governo Monti ha fatto benissimo a organizzare i controlli di Cortina e poi di Roma. Non solo non deve fermarsi ma deve continuare su questa strada. Non perché all'Italia dei Valori piaccia l'idea di rendere spettacolare la lotta contro l'evasione fiscale, ma perché operazioni simili sono segnali, e anche i segnali, in un Paese che da anni ne riceve continuamente di natura opposta, sono molto importanti.
     Purché poi ai segnali seguano anche i fatti: segua cioè una riforma del fisco che lo renda allo stesso più giusto e più rigoroso. Dal governo Monti questo ci aspettiamo non solo delle mosse isolate, che pure vanno nella giusta direzione, ma un intervento sul fisco e contro l'evasione omogeneo, strategico e di ampio respiro.